DINAMISMI 2022

Minus Log
NO MAN’S LAND a cura di Antonio Zimarino
Sabato 7 maggio 2022

No man's land, questo luogo a cura di Antonio Zimarino
Umanamente pensiamo che vedere qualcosa sia “conoscerla” e che questo vedere stabilisca in qualche modo la sua realtà. Il processo di “comprensione” invece, (cioè del cogliere, contenere con la mente il senso di qualcosa o delle relazioni tra qualcuno o qualcosa) è una operazione molto articolata della quale possiamo renderci conto anche solo soffermandoci su tre termini basilari che entrano in questo “processo”:vedere, visione e sguardo. Questi termini non sono affatto sinonimi, anzi, ciascuno di essi permette di capire, aiuta a comprendere in che modo noi gestiamo la conoscenza attraverso appunto, il vedere. Vedere - (il primo passo del processo)è la facoltà oggettiva della vista, il percepire stimoli esterni attraverso la funzione visiva. - Visione - è la funzione, la capacità del vedere, dell’esaminare; è il modo di vedere, concetto o idea personale che si ha in merito a qualcosa; o ancora: è apparizione, immagine o scena del tutto straordinaria, che si vede o si crede di aver visto, in stato di estasi o di allucinazione o anche in sogno. Il termine - sguardo - invece,implica scegliere come vedere, implica una comunicazione, un rapporto con ciò che si vede; implica una “ampiezza”, una capacità di cogliere e di interpretare. Pensando alla complessità di cose che suggeriscono tali termini (ma dovremmo anche ragionare su cosa significhi poi, comprendere) bisogna accettare il fatto che, quando noi ci troviamo davanti a qualcosa che vediamo, è sempre la nostra mente con le sue conoscenze che riesce a completare e ad aggiungere significati a ciò che viene visto. Secondo gli studi della psicologia della visione, sappiamo che la mente riesce a farci credere di aver visto anche dei segni che in un’immagine potrebbero non esserci: essa infatti tenta sempre di completare le parti che mancherebbero, dato che ha bisogno di collocare la “logica” della visione e dell’immagine in qualcosa di riconoscibile, secondo una sorta di imprinting visivo che non appartiene unicamente alla dimensione cosciente. Dovremmo concludere che in fondo la conoscenza e l’esperienza delle cose non sia mai completamente in ciò che vediamo e in ciò che gli occhi o la presenza ci testimoniano, ma che ogni cosa è sempre a suo modo una visione che il nostro sguardo tenta di interpretare. Nessuna cosa è dunque esattamente come riteniamo di vederla ma piuttosto noi vediamo e comprendiamo secondo ciò che siamo, secondo ciò che sappiamo, sia a livello conscio che inconscio. Tenendo per buono ciò che abbiamo detto prima, la differenza di comprensione in arte (ma non solo) la compie esattamente la qualità dello sguardo che utilizziamo per vedere e formare la visione. Ma da dove nasce questa qualità? Ovviamente molte sono le risposte possibili ma, limitandoci al campo dell’arte e al netto degli atteggiamenti, delle presunzioni, dell’autoreferenzialità, il nostro sguardo può essere considerato il nostro modo cercare cosa vada a completare il desiderio, l’idea inconscia che abbiamo di noi e del senso di ciò che siamo. Se volessimo fidarci anche solo della riflessione di James Hillman, nell’immagine (nell’arte) cerchiamo di trovare ciò che “potrebbe essere”, ciò che fa respirare o comprendere per un attimo “l’anima”¹. Al di là delle mille carabattole che affollano la vita, noi nelle cose d’arte cerchiamo il completamento di un destino, di uno sguardo o di una illusione, e quel destino, quello sguardo è esattamente “nostro”,siamo esattamente “noi” che cerchiamo nell’immagine qualcosa che ci completi come “anima” sia quando la osserviamo che quando la creiamo; ma anche quando semplicemente la “allestiamo” in una mostra o la guardiamo nello spazio che la ospita. Per una serie diversa di motivi, ho l’impressione che questa No man’s land corrisponda a qualcosa del genere. Ogni acquerello è una sorta di “sguardo da una piccola finestra” verso uno spazio che al di là dal muro; ogni piccola velatura è un “piano” della visione, ogni segno geometrico interagisce con il colore “organico” cercando di rafforzarlo o sostenerlo. E’ come se questi “segni” ci costringessero per via di minimalità e rarefazione ad “entrare” dentro quello spazio che giustamente, non è “territorio umano” nel senso “realistico” ma è uno spazio ulteriore, meditativo non meno reale,perché ci appartiene interiormente, perché è un sguardo “mentale”.

E’ la stessa struttura “debole” dell’immagine a renderla capace di costruire l’oltre, perché ci costringe ad osservarla, a completarla, a concentrarci su di essa, a ri-costruire ciò che c’è e a completare ciò che manca: se vogliamo farlo, è l’immagine che spinge ad organizzare la qualità dello sguardo di cui parlavo prima. E’ la capacità fatica² dell’immagine ad avere questo potere di far dialogare lo sguardo con l’immaginazione permettendoci così di superare le superfici di noi e delle pareti per entrare in qualcosa di intangibile eppure pienamente reale, cioè in noi stessi. Ma anche lo spazio “al di qua” della superficie gioca un ruolo importantissimo in questa (relativamente) “piccola” mostra: è il punto, il luogo da cui noi guardiamo queste piccole “finestre” sullo spazio ulteriore. Grazie a come è stato pensato, possiamo dire che non c’è stata fin’ora una mostra qui che non sia riuscita a portare chi vi entra in un luogo “altro” rispetto al quotidiano: ciò significa che questa non è una mostra di acquerelli ma una vera è propria installazione site specific, “osservatorio sull’oltre”. Questo tipo di esperienza dello spazio “oltre” può avvenire in questa forma, solo qui. I Minus Log hanno pensato/intuito questi lavori per questo spazio, che ha una sorta di capacità sacrale da sembrare un “anticamera” alla coscienza meditativa; hanno compreso che questo tipo di sguardo sull’oltre può aprirsi solo dopo un primo passo, quello di entrare dentro una dimensione diversa delle cose. Così hanno immaginato che qui, più che in altri luoghi, era possibile dare la possibilità di aprire lo spazio che è al di la delle pareti, e che qui era possibile farlo con la logica dell’intelligenza e della curiosità, non della forza. Ecco perché dal mio punto di vista questa non è una “piccola” mostra: se è capace di aprire il campo dell’immaginare, se è in grado di farci intuire qualcosa che è oltre ma non è tangibile, se riesce a mettere in moto la capacità della mente di completare, di completarsi e di cercare di spingere sguardo e memorie verso dove non sappiamo, come può essere “piccola”? Come può essere piccola se lo spazio da percorrere e da abitare è enorme perché non ha più le coordinate e i limiti delle dimensioni spaziali e temporali? Le mostre davvero piccole sono invece quelle affollate di tanta roba che cerca affannosamente di gridare per farsi vedere. Le mostre piccole sono quelle che ti costringono ad esserci, a vedere migliaia di cose senza darti il tempo di capire, di cercare dentro o di attivare le tue capacità di entrare in esse e completare il “senso” con cui tu la vivi e lei (la mostra) ti vive. Ci vuole “tempo” per riscoprirsi intelligentemente umani e per ritrovare una dimensione interiore ci vuole relativamente poco, ma deve essere qualcosa che attiri, accolga, porti per mano come questi minimi segni che interrogano l’immaginare. E’ per questo che penso che “No man’s land” l’opera che presentiamo sia questi acquerelli con queste caratteristiche dentro questo luogo. Qui ed ora, un piccolo e riservato luogo dove siamo spinti a cercare un immenso e infinito luogo che è la nostra esperienza dell’arte e, secondo Hillman, il nostro desiderio di riconoscere l’Anima.

1 «Attraverso la forza dell'immagine, che si esprime come sintomo […] l’uomo naturale, che si identifica con lo sviluppo armonico, l'uomo spirituale, che si identifica con la perfezione trascendente, e l'uomo normale, che si identifica con l'adattamento pratico e sociale, deformati, si trasformano nell'uomo psicologico, che si identifica con l'anima.» J. Hillman, La vana fuga dagli dei, Adelphi, Milano, 1991

2 In linguistica (B. Malinowski): funzione fatica, quella del linguaggio quando la comunicazione ha il fine di assicurare e mantenere il contatto tra il locutore e il destinatario del messaggio

Locandina
Pieghevole

Di Bernardo Rietti Toppeta
IN ORSA MAGGIORE & MINORE a cura di Antonio Zimarino
Sabato 19 marzo 2022

Intrinsecamente umani a cura di Antonio Zimarino
Il rapporto tra (Χάος) caos / cosmos (κόσμος) non è solo il nucleo generativo e fondante della cultura greca ma è anche il punto di partenza dell’intero pensiero occidentale che da essa si è generato; ma a ben guardare tale rapporto è essenziale in ogni forma di cultura, anche non “mediterranea”, che ha inteso dare risposte diverse al problema antropologico della dualità e degli opposti. Nelle culture orientali in particolare, le dualità hanno da sempre configurato la dimensione esistenziale e “storica” della persona, il fluire ciclico e ricorsivo degli opposti in cui essa è, i concetti di permanenza e impermanenza, l’orientarsi consapevole o inconsapevole e la variabile indeterminatezza del vivere. Che questo sia un problema essenziale anche del “contemporaneo” è assolutamente ovvio ed evidente anzi, questo è il problema centrale di ogni “contemporaneità”: continuamente c’è da capire cosa fare, perché farlo, continuamente cerchiamo di scegliere, capire fronteggiare, seguire, distinguere e discernere, ed è questo che è autenticamente “umano”. Il vero grande problema è quando questo non accade più, quando rifiutiamo di farlo, vuoi per estenuazione o solo per “comodità” e pacifica deresponsabilizzazione.Il “presente incessante” non ha memoria, non ha identità, ti piega alla sua volontà alle sue logiche spicciole, prevede e causa la dispersione dell’identità, si compiace della fluidità occasionale e conveniente. Orientarsi, segnare una differenza, discernere, prendere posizione non sempre è un qualcosa di conveniente: è un atteggiamento che “rallenta”, che pretende attenzione e consapevolezza delle cose; ostacola i flussi, li incanala, impone delle scelte e degli orientamenti, cerca di comprenderne direzioni e composizioni, almeno anche solo per qualche istante, almeno per dire a se stessi di essere qualcuno. Non avere coscienza dell’accadente, perdersi nel fare, adeguarsi passivamente ai flussi significa piegarsi alle leggi del contingente e del necessario, mentre distanziarsi da esse, porsi lateralmente ai flussi e osservarli, andando a se stessi, significa provare a darsi una legge, a cercare un significato, a definirsi rispetto all’indistinzione. Ed è questo che è invece profondamente “umano”. Tentare di distinguere nel Χάος, costruire ipotesi di interpretazione e direzione in esso, significa provare a disporre un “ordine” / κόσμος ovvero un senso alle cose, un idea delle cose. Oltre (e insieme a) quella esistenziale la questione é dunque anche di tipo epistemico, cognitivo e intellettuale: il problema legato al dualismo fondamentale Χάος / κόσμος si declina quindi anche nelle diverse forme basilari e generative del pensiero (noto/ignoto - chiarezza/oscurità - bene/male …) ovvero è la base della stessa origine del conoscere, del comportarsi, del relazionarsi, dello sviluppo delle culture materiali, economiche, civili etc. ovvero di tutte quelle cose che costituiscono “l’universo” che abitiamo e con cui ci relazioniamo. La dualità disordine / ordine, identifica la differenza fondante e generativa delle scelte, del pensiero (da cui l’aforisma nietzschiano); è ciò che ci costringe a trovare una soluzione all’ignoto o, se non una soluzione, almeno una ipotesi di soluzione, ovvero, la “stella” leggera, danzante davanti ai nostri occhi che illumini almeno un poco, una ipotesi credibile, un orizzonte a cui tendere. Χάος è la condizione di oscurità, imprevedibilità, passività di fronte agli elementi, alle volontà, allo stesso fluire illogico delle cose che si succedono e si combinano nel vivere; il κόσμος è tutto ciò che ipotizziamo, opponiamo, “ordiniamo” per avere un’opportunità di orientarci, muovere, passi, gesti, costruire, rendere conoscibile e interpretabile ciò che accade.

Siamo dunque dentro il fondamento stesso delle scelte, della coscienza del tempo, dei gesti, del pensare o del non pensare; siamo allo stesso tempo dentro il macrocosmo che “ci vive” (cioè che condiziona il nostro essere e pensare) e il “microcosmo” che abitiamo (ovvero, il piccolo mondo attorno a noi dentro il quale le nostre idee e le nostre “posizioni” sono in grado di dare un “effetto” se pur piccolo) Se queste sono le condizioni generali del problema, l’installazione che abbiamo di fronte, non può essere “incontrata” solo attraverso dualismi superficiali del tipo: “bella/brutta” - “suggestiva/banale” - “interessante/incomprensibile” etc. etc. …) come ci porta a fare la retorica generalista dell’estetica banalizzata dell’arte “da consumo”, cioè subordinata al flusso dell’occasione e del soggettivo. Questo lavoro va invece colto nelle sue simbologie e all’interno di una riflessione sull’ essenziale, cioè sul problema fondativo che esso pone: è un modo per dare percezione visibile, per essere immagine metaforica della questione essenziale del dualismo di cui prima parlavamo. Del resto, è proprio dell’”arte” più concettualmente motivata, tentare di “dare forma” ad una percezione, proporre l’immagine percepibile e fruibile di ciò che si è intuito, provando a dare un “senso” ricostruibile a ciò che ci attraversa internamente come percezione. L’installazione non dice “cosa sono le cose che si rappresentano” come purtroppo troppa arte contemporanea anche celebratissima continua stereotipatamente a dire, ma propone di prendere coscienza di “come le cose stanno” attraverso la rappresentazione. Non interpreta, non pontifica, non ostenta, non grida, semplicemente evidenzia, ripartendo dalla necessità di orientarsi, cioè da un punto-chiave entro cui si gioca la costante costruzione di un esistere. Ci pone semplicemente l’evidenza di ciò che dovremmo fare: orientarci, scegliere, tentare strade, prendere una posizione, riconoscerla, nell’ambiente, fisico, sociale, professionale in cui ci troviamo ad abitare. Le costellazioni evocate, il cosmo, le simbologie delle stelle, le loro funzioni ancestrali, le tracce ipotetiche che le legano in loro e tra loro nello spazio; il “sale” simbolo terrestre, tellurico, elemento capace di assorbire, d istruggere o purificare; i termini che esso evoca: sapidità, sapore, ( gli etimi stessi del termine “sapienza”) sapere che per noi significa conoscere ma che per il latini (sàpere) significava “avere un gusto”; il sale (minerale) trattiene l’acqua (il flusso, il fluire), la assorbe, gli da sapore, arresta, contiene il flusso, da un “gusto” a ciò che fluisce … beh direi che qui è possibile liberare la metafora fino a meditare, cioè, a cercare il senso profondo di ciò che si offre agli occhi. Costruire, simbologie, aprirle alle relazioni, intravvederle, renderle percepibili … in fin dei conti è esattamente ciò che umanamente ci è dato di fare per combattere il non senso del flusso incessante e immemore dell’inconsapevole. Costruire e proporre un “senso” possibile, dare un significato che costruisca e apra pensieri: questo si che è intrinsecamente umano.

Locandina
Pieghevole











inangolo © 2022 - tutti i diritti riservati