DINAMISMI 2014

Angelo Bucciacchio | Mandra Cerrone | Di Bernardo Rietti Toppeta | Franco Fiorillo | Piotr Hanzelewicz |
How to Cure our Soul | Bruno Imbastaro | Minus.log | Andrea Panarelli | Scacchioli - Core | Enzo Testa | Michela Tobiolo
INCODEC a cura di Ivan D’Alberto, Giovanni Paolo Maria De Cerchio, Martina Lolli e Martina Sconci,
prefazione Alessandra Arnò
Sabato 6 dicembre 2014

Incodec di Di Bernardo Rietti Toppeta
Nella consapevolezza che le nuove tecnologie abbiano determinato la nascita di moderne espressioni artistiche come video arte, video installazione, video danza, video teatro e video poesia, lo Spazio Inangolo vuole proporre e promuovere una mostra dedicata alla video arte abruzzese con un progetto intrigante e dinamico, dal titolo INCODEC. Codec è il programma che permette di codificare e/o decodificare un segnale digitale audio-video perché possa essere compresso e salvato su un supporto di memoria per poi essere letto attraverso la sua decompressione. L’obiettivo del progetto consiste nell’esplorazione artistica delle quattro provincie abruzzesi, per esaminare e valorizzare i documenti video realizzati nella nostra contemporaneità regionale. L’iniziativa mira al coinvolgimento di tutte le espressività autoctone per la realizzazione di un excursus relazionale su opere video originali ed innovative. La ricerca capillare di nuove sperimentazioni creative, senza tralasciare nessun percorso e contesto, vuole indagare e valutare le peculiarità tecnico-espressive applicate dai video-maker e comprendere i significati in relazione al contesto culturale nel quale esse si sono sviluppate ed articolate. INCODEC è uno studio che mira all’analisi e alla comprensione dei video e dei loro messaggi concettuali e territoriali.

In-codec codifiche e decodifiche della video arte Italiana di Alessandra Arnò
Che cos’è un codec? Un codec è un programma o un dispositivo che si occupa di codificare e/o decodificare digitalmente un segnale (tipicamente audio o video) perché possa essere salvato su un supporto di memorizzazione o richiamato per la sua lettura. Filosoficamente è quell’opportunità che ci permette di vedere e soprattutto capire quello che altrimenti sarebbe incomprensibile ad una prima visione. Negli anni sessanta e settanta i pionieri della video arte italiana erano empaticamente connessi con i quanto succedeva a livello mondiale. Diversi modus operandi ma la stessa voglia di sperimentare il mezzo, il linguaggio video e le sue potenzialità. In seguito l’ambito di ricerca si è diversificato seguendo lo sviluppo delle nuove tecnologie negli anni ottanta, e successivamente negli anni novanta con il cambio generazionale. Il boom dell'arte video negli ultimi decenni è inversamente proporzionale al suo mercato e ciò ne ha successivamente decretato il crollo. La video arte è un’arte immateriale, mutabile e nella sua fragilità nasconde la sua potenza. Ha un supporto quasi inesistente, è un feticcio collezionabile mancato, che non sempre attrae il compratore d’arte. Gli artisti hanno accusato il contraccolpo del mercato, e a cavallo del nuovo millennio molti hanno deciso di usare altri media. Punto e a capo, si ricomincia. Nuove idee, nuove sperimentazioni. Ora quella fragilità che caratterizzava l’esperienza passata è diventata la sua forza, in un’era dove la connessione e la condivisione di contenuti dettano strategie culturali e di mercato, la video arte, con la sua essenza immateriale si impone sempre di più anche oltre i confini del sistema dell’arte. Negli anni siamo stati addomesticati alla visione, e ogni giorno passiamo ore ad osservare contenuti multimediali per lavoro, per passione o curiosità. L’opera video ha possibilità di essere onnipresente simultaneamente sui nostri schermi e device, abituandoci a un tipo di visione “altro”. Molte realtà in Italia stanno lavorando per diffondere la video arte tra il grande pubblico dentro e fuori i luoghi istituzionali. Tale impegno è assolutamente indispensabile e apprezzabile perché attualmente, la complessità del linguaggio e le poetiche sviluppate dagli artisti, hanno bisogno di mediatori per poter essere diffuse, fruite e sopratutto apprezzate. La video arte italiana ha quindi bisogno di queste chiavi di lettura per essere valorizzata e collocata nel contesto storico in cui ci troviamo. Ha bisogno di questi codec necessari per la digestione di una delle forme artistiche più complesse e in continua evoluzione e contaminazione con altri mezzi, ma sempre più vicina alla vera essenza immaginativa.

Incodec provincia dell'Aquila di Martina Sconci
Gli artisti scelti per questa rassegna hanno caratteristiche, metodologie di lavoro e peculiarità diverse, ma un fil rouge lega i loro video. Attraverso una riflessione sulle problematiche della società contemporanea, ognuno usa il video come vera e propria matita contemporanea per registrare e rielaborare la realtà, guidando lo spettatore verso un’osservazione più attenta di ciò che lo circonda, per non rimanere sulla superficie delle cose. Tutti, in un modo o nell’altro, si sforzano di vedere il mondo “da svegli”, superando i meccanismi ingenui e superficiali della comunicazione mediale. La ricerca artistica di Franco Fiorillo, allievo di Fabio Mauri, mette in gioco il tema dell'ideologia nell'arte, accompagnato da una lieve ironia, sempre presente nelle sue opere. Nel video “Dal cielo non si vedono gli uomini” un aeroplano giocattolo, simbolo dell'infanzia e quindi dell’innocenza, percorre un tour virtuale ripreso da Google Earth, accompagnato da un sottofondo musicale dei Miradas Group. Tutto scorre tranquillamente e il mondo che vediamo dall’alto sembrerebbe tutto uguale e senza contraddizioni, se non fosse per delle immagini subliminali che disturbano la nostra tranquillità. Visioni di durata così breve che il nostro occhio non fa in tempo a fissarle stabilmente sulla retina, ma che il cervello ugualmente registra, restandone influenzato. In questo video l’artista mette a punto un sistema d’indagine dei meccanismi, tramite i quali le ideologie dominanti operano deduttivamente attraverso segni e simboli, nati e pensati per migliorare e trasformare il mondo, ma che usati e manipolati dal potere, dal fanatismo religioso e dalla politica, cambiano significato. Una riflessione dunque sullo stesso mezzo del video, sull’uso repressivo e ideologico dei media che ci “massaggiano” la mente: agendo sul nostro subconscio, modificano il pensiero e la percezione della realtà. In “Sunny Morning” Piotr Hanzelewicz, compie un’operazione metalinguistica: una telecamera registra l’artista stesso che fa uno schizzo di una ripresa video della realtà, con lo scopo di fermare un istante di quotidianità. In una società in cui tutto corre veloce, ci invita a fermarci un momento per riflettere. Per sfuggire alle frenesie della vita, utilizza il disegno come strumento di analisi della realtà, facendocela vedere sotto una nuova luce, quella dell’artista. E’ in questo modo che possiamo osservare i segreti delle cose ordinarie, la loro vera essenza, vedere il mondo comune in modo non comune. E’ come guardare per la prima volta, come avere una nuova rivelazione del mondo. La città contiene una serie di tessiture impalpabili, spetta a noi scoprirle, farle emergere e svelarle a chi intende leggere la realtà quotidiana in modo più approfondito e disincantato. Solo prestando attenzione ai particolari si possono scoprire nuove realtà da di-svelare. A conclusione di questa “minimale” azione tautologica, la pellicola sembra solarizzarsi: entra in campo la luce spirituale dell’arte, la realtà già vista scompare, resta il disegno, essenza e sintesi dell’arte. Il lavoro di Andrea Panarelli dal titolo “Hey you”, nato originariamente per una video installazione, si concentra su un’azione di disturbo. L’artista violenta lo spettatore in una spiazzante e ironica messa in discussione della capacità di riproduzione della realtà da parte dei nuovi mezzi di comunicazione. L’artista ci chiama: “Hey, ciao, sono qui, mi vedi?”. Ci ricorda la sua presenza e la ricorda a se stesso, rispecchia il bisogno continuo da parte dell'uomo di manifestare la sua immagine, per chiedere ed ottenere dagli altri una determinata risposta, un atteggiamento, un’approvazione. Il video ironizza sui meccanismi malefici dei social network, sull'uso più decadente dei mass media e sul bisogno di sottoporsi continuamente a giudizi, commenti, opinioni, per ottenere l’approvazione della nostra immagine ed essere sicuri che tutti la vedano. Ognuno di noi, nel voler mettersi in mostra a tutti i costi, ha un’idea di se stesso e di chi vuole essere ed attraverso le proprie azioni si augura di vedere questa idea riflessa nella società. L’arte dunque è linguaggio, una proiezione di pensieri e pulsioni sul mondo e l’artista è colui che non perde mai d’occhio la vita, modificandone l’usura futile. Come sosteneva Heidegger, l’arte si configura come “il porsi-in-opera della verità” nel senso che mostra il significato autentico delle cose e dei mezzi. Più che riprodurre la verità, istituisce la verità.

Incodec provincia di Chieti di Giovanni Paolo Maria De Cerchio
Nelle tendenze dell’arte contemporanea, la Video Art - quella abruzzese - in particolare quella del territorio teatino - riveste un ruolo del tutto particolare, assolutamente non sondato prima di questa data, e che rivela una funzione di un certo interesse, specie se confrontata al di fuori del ristretto panorama locale. Pur catturando, fissandolo, lo svolgimento di una performance o di un’azione, osserva Claudio Marra, “il ruolo della fotografia […] non si limita affatto all’esercizio di una se pur dignitosa documentarietà. Essa è al contrario la conditio sine qua non dell’esistenza della performance stessa, nucleo essenziale del prodotto artistico.” Da qui parte la riflessione. In questa sede si presentano prodotti di arte concettuale; i primi ad aver messo in discussione il valore della documentazione, fornendo le prime risposte a tale problema. Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta il fronte del Concettuale ha contribuito a un’intensa esplorazione dei media, soprattutto del medium fotografico, e sulla liceità o meno del loro utilizzo in arte. Tra gli animatori recenti di questo dibattito sul territorio è possibile attribuire un ruolo di rilievo a Mandra Cerrone e Bruno Imbastaro, che hanno saputo valutare gli aspetti più riservati di questo “medium” in chiave personale. L’una attraverso la rielaborazione dell’intimo afflato femminile, la privata cognizione degli affetti, della femminilità e dell’esperimento corporeo. In “Love is a confession” traspare il senso più profondo della violazione; e il rumore del piatto rotto ci fa saltare, così come accade rompendo improvvisamente il silenzio. Per Mandra si presenta un progetto d’artista completo, che ambisce a trovare la propria concretezza attraverso un’azione realizzata al di fuori della normale percezione; è in una sorta di “white cube” da galleria, probabilmente all’interno di un luogo remoto (come può essere il deserto). E’ scelto per favorire un’esperienza estetica decentrata, ai limiti del sublime. In Bruno Imbastaro assistiamo ad un alto livello di elaborazione della costruzione formale dell’immagine; vi è, infatti, una linea pulita, limpida e cristallina del mare, così come nelle immagini delle donne, in una suddivisione della scena che vuole essere scandita nello spazio rappresentato. Risalta così la sua impostazione fotografica, quella precisa dimensione di luogo fisico, che è poi anche il luogo dell’anima. E’, infatti, proprio il sinonimo della quiete serena di quei paesaggi, delle onde del mare, della brezza di mare, del ritmo in uno spazio che diventa familiare perché è il luogo delle proprie origini, delle sue radici. Enzo Testa, in una visione cinematografica, presenta una visione di idillio. È uno scenarioliquido quello in cui si muove, all’interno del quale nuotano spensierate delle giovani “muse”, una danza di divinità, quasi immaginando la danza delle ore di Gaetano Previati del 1899 o una delle scene del film “The beach”, in una delicata commistione di suoni e di visioni. Altro discorso è quello di Michela Tobiolo, immersa nelle sue “radici”, con “occhi nuovi”, come recitano alcuni piccoli testi. Nel suo video presenta una sorta di “armonia interrotta”, all’interno di un disegno ideato da elementi spiccatamente personali, quasi un momento di riflessione che vuole raccontare qualcosa di ancora molto nascosto, di privato, segreto. Con il meccanismo dell’illustrazione che fa da storia, da pura vicenda narrativa, quasi onirica, la storia stessa diventa improvvisamente una confessione privata, documenta un flusso improvviso, che ha voglia, anzi, ha bisogno di liberarsi. Un percorso appena tracciato, un primo segmento che propone le future prospettive del linguaggio dell’arte del “video” sul territorio della provincia di Chieti, che promette sviluppi da osservare con molta attenzione.

Incodec provincia di Pescara di Ivan D’Alberto
Il percorso tracciato con gli artisti selezionati per INCODEC, riferito al territorio provinciale di Pescara, offre una stimolante riflessione sullo stato dell’arte riguardante la produzione video proveniente da un’area geografica da sempre curiosa delle forme più spinte del contemporaneo. Già in tempi non sospetti, nell’aprile del 1983, il Centro di Servizi Culturali di Pescara si faceva promotore di una rassegna denominata L’avanguardia Plurale (Italia 1960-70), affidata nella curatela a Roberto Giuseppe Lambarelli, che vedeva il coinvolgimento delle personalità più interessanti operanti in quel momento in Italia: Kounellis, Pistoletto, Ontani, Mattiacci, Chiari, Fabro, De Dominicis e molti altri. Per la prima volta in una rassegna abruzzese/pescarese trovò posto una sezione dedicata alla video arte con proposte estremamente innovative come ad esempio Il passo del reazionario (1970) di Luciano Fabro, Favola impropria (1971-72) di Luigi Ontani, III° soluzione d’immortalità (1972) di De Dominicis ed Happening sulla TV (1972) di Giuseppe Chiari. In Italia però questo primato va ricondotto ad un altro appuntamento: la mostra Gennaio ’70 (comportamenti, progetti, mediazioni) allestita al Museo Civico Archeologico di Bologna in occasione della III° Biennale Internazionale d’Arte e curata da Renato Barilli insieme a Maurizio Calvesi e a Tommaso Trini. In questo caso fu la prima volta che in un avvenimento artistico fu utilizzato il videoregistratore, scelta nata sia per la facile agilità dello strumento e sia per le possibilità di diffusione dell’opera d’arte attraverso la videocassetta. L’obiettivo era quello di non affiancare più l’espressione artistica ad un élite ma ad un pubblico più vasto. Come per Gennaio ’70 di Bologna anche per L’avanguardia Plurale di Pescara il video veniva presentato soprattutto come strumento per produrre una documentazione degli happenings e delle opere come azioni. Da allora tante sono state le scommesse fatte sulla video-arte, ma l’avanguardia che accompagna in Italia la videotape è fortunata ed impervia al contempo e da ciò si deduce che non è stato sufficiente l’intento democratico della videocassetta a dare un riconoscimento più prestigioso a questo linguaggio. Dell’evento pescarese, nonostante le personalità coinvolte, si ricorda ben poco (per fortuna esiste un esaustivo catalogo), ma Lambarelli con quella operazione si era allineato a quel sentire comune di alcuni operatori culturali illuminati (si pensi al gallerista Cesare Manzo e al suo Fuori Uso) che, in contesti “periferici”, riuscivano a promuovere le ricerche estetiche più sperimentali. Oggi il giudizio nei confronti della video arte è cambiato notevolmente, ma a non essere cambiata è l’idea di una “periferia” capace di proporre ed essere protagonista di operazioni culturali innovative. Lo spazio Inangolo rientra perfettamente in questa riflessione e il fatto stesso che sia stato possibile promuovere una ricognizione regionale sulle proposte video è la dimostrazione di come i semi gettati in passato trovano oggi notevoli riscontri. Per la provincia di Pescara sono stati selezionati il lavoro di How to Cure our Soul (Marco Marzuoli) “Immobility 1: tension”, di Angelo Bucciacchio “Diario #1 (on, surprise, 809 km)” e del collettivo Rietti Toppeta Di Bernardo “Fruit machine”; opere molto diverse che però presentano, in egual misura, quel desiderio di sperimentazione così funzionale al linguaggio video. In “Immobility 1: tension” l’artista racconta l’immobilismo e la fissità dell’immagine. Attraverso tempi dilatati, al limite della sopportabilità umana, l’operazione di Marzuoli è una ricerca funzionale atta a stimolare il ricordo dell’osservatore il quale, di fronte a tanto valore statico, comprende e conosce sfumature che se presentate con ritmi normali andrebbero perse o passerebbero del tutto inosservate. Una tecnica che potremmo definire post-fiamminga riversata nel digitale capace di ripensare la luce in maniera a dir poco concettuale. Nel lavoro di Angelo Bucciacchio “Diario #1 (on, surprise, 809 km)” ad essere sottolineato è il senso della ripetizione dovuto al montaggio del video e al paesaggio raccontato attraverso una sequenza di immagini catturate durante un viaggio lungo una strada rettilinea che collega Granada a Bilbao. Questo flusso continuo s’interrompe ad un tratto con la figura di un Toro Osborne che fa da guardiano all’ingresso della città. Monumento non ufficiale della Spagna, oggi famoso in tutto il mondo, il toro Osborne nel video di Angelo Bucciacchio diventa simbolo apotropaico, immagine totem di un viaggio reale-mentale. Infine, la simpatica slot-machine-umane, inscenata dal collettivo Rietti Toppeta Di Bernardo, di caravaggesca memoria, è un irriverente piéce di tre sognatori che “disegnano” il proprio futuro rincorrendo una fortuna facile che, però, giunge ad un epilogo alquanto ovvio. Potremmo sintetizzare tale compimento con la nota frase nazionalpopolare «siamo alla frutta», anche se in “Fruit machine” non resta neanche quella.

Incodec provincia di Teramo di Martina Lolli
“In a silent way” è l’opera del duo teramano Minus.log formato dalla pittrice Manuela Cappucci e dal musicista e videomaker Giustino Di Gregorio. Nati nel 2012 i Minus.log dedicano la loro ricerca all’interazione fra luce e materia che si traduce in installazioni e video, veri e propri varchi percettivi verso realtà altre. In a silent way è parte del progetto “Interlinea” dove tratti di luce bianca si lasciano modellare da architetture storiche e affascinanti, come nel caso della chiesa dell’ex convento delle Clarisse di Caramanico a Pescara o del chiostro del convento di S. Francesco ad Arcevia, Ancona. Concepito un anno fa, tale progetto si è evoluto in video nei quali un’immagine - un significante - si carica di una nuova accezione grazie ad una struttura musicale evocativa e al percorso di linee di luce che ne animano l’effigie. In questo caso a essere vivificata è la facciata cubica di un edificio in costruzione: non una figura piatta come la traccia inconsistente di un ricordo, ma una struttura con una resa tridimensionale, quasi un bassorilievo, celante l’interferenza di un pensiero che riattiva il luogo messo in questione. Minimalismo e nella cromia e nel loop del tappeto musicale, “In a silent way” costruisce una nuova narrativa attorno alla consuetudine di scenari quotidiani, una narrativa che si sviluppa nel novello sguardo che, posandosi su strutture conosciute, ne ricava una bellezza inaspettata, quella di un pensiero rivoluzionario. Il fascino urbano, sopito per alcuni versi, è pronto a risvegliarsi negli occhi di chi guarda. Questo processo crea un gap fra uno spazio fisico ed uno immaginario nel quale la rivoluzione prende atto: il luogo si apre all'indeterminazione dell’esito, non univoco, ma declinato in molteplici percorsi a seconda di chi sia disposto a riempire il contenitore dell’edificio attraverso la propria possibilità immaginativa. Il lavorio sotterraneo della noia della periferia cittadina si trasforma in sovvertimento del familiare e della staticità insita; alla struttura del reale si appoggia come un velo una sovrastruttura onirica che riempie il simulacro e lo trasforma in un sistema aperto. Le opere della serie “Interlinea” nascono dal subitaneo incontro con la bellezza in una flâneurie reale e virtuale: i due artisti si appropriano di immagini e di suoni scovati nel web che accostano in una nuova e inevitabile armonia capace di creare alchimie suggestive e struggenti. All’essenzialità dell’arte dei Minus.log succede la complessità dell’esito artistico perseguito da Fabio Scacchioli e Vincenzo Core, il primo regista e il secondo musicista sperimentale. Unendo la loro ricerca hanno realizzato video come Miss Candace Hilligoss’ flickering halo del 2011, presentato alla 68° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (Biennale di Venezia) e No more lonely nights (2013), vere e proprie costellazioni di immagini e suoni rubati dall'industria dell’intrattenimento rappresentata dalla miriade di film hollywoodiani. L’opera in mostra è intitolata “Spettrografia di una battaglia”, un video del 2012 che ricalca, nel processo, le opere sopraccitate: come un pirata del web, Fabio Scacchioli sventra e assembla spezzoni di cinema di finzione, li “deturna” dal loro orizzonte di senso per far rivivere le immagini in quanto forme prismatiche che rompono la linearità di ogni narrativa. La fabula implode e le immagini, composte in un montaggio “di persistenza”, si smagliano aprendosi e sprigionando la loro energia latente. L’effige hollywoodiana svela il suo essere simulacro in un gioco di ri-velazione che fa leva sulla persistenza retinica dell’immagine - e quindi percettiva - ma anche sulla persistenza dell’aura dell’immagine stessa, mnemica, capace di assumere su di sé altre sembianze o richiamare alla mente parvenze affini. Forme patiche liberate dalla logica cinematografica, tali immagini, evanescenti, reiterate, sono supportate dalle colonne sonore di Vincenzo Core che lavora in sincrono con la nascita delle immagini. Sostegno fondamentale dei fotogrammi di “Spettrografia di ua battaglia”, i suoni di Core mostrano un altro aspetto della vitalità della figurazione che ha ormai preso un suo corso: rumori amplificati creati ad hoc, fragori, voci distorte, tutto concorre alla tessitura di risonanze fra le immagini, le quali si declinano comunque, e apparentemente, nel total flow dell'emissione televisiva ricca di interruzioni, interferenze, compromessa nella sua natura e dalla sua stessa natura. La degenerazione di immagini e suoni lascia spazio all’analisi della luce che si risolve in un caleidoscopico gioco dove l’interpretazione personale ha un ruolo fondamentale.

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Gianni Colangelo Mad
RUGGINE ESISTENZIALE a cura di Linda Musa
Sabato 11 ottobre 2014

Ruggine esistenziale di Linda Musa
L’ispirazione viene in un unico modo secondo me: vivendo. L’osservazione è uno spunto continuo per la realizzazione delle mie opere. A volte, è il ferro stesso che mi suggerisce cosa fare. Credo che il materiale abbia una propria anima, una propria identità. Conosce le sue potenzialità e non fa altro che suggerirmele.

(Gianni Colangelo Mad)

Gianni Colangelo, in arte MAD ossia “pazzo”, è un artista abruzzese operante soprattutto nel territorio della Valle Peligna, dove vive e lavora. Artista poliedrico, i cui caratteri fondamentali si identificano nei concetti di riciclo e riuso di materiali, soprattutto metallici, non più utilizzati e arrugginiti dal tempo. Si definisce “pazzo” in quanto la volontà di identificarsi ed operare come artista a tempo pieno nella società attuale rappresenta una scelta difficile, poiché l’esistenza umana è dettata sempre più da schemi massificati, le cui caratteristiche fondanti sono materialità, denaro ed economia. Un artista principalmente scultore, le cui opere vengono realizzate attraverso riutilizzo di pezzi metallici di vario genere. Le sue opere infatti prendono vita proprio da ciò che non è più necessario all’uomo, dai pezzi da lavoro (come bulloni meccanici o attrezzi per il lavoro della terra) agli oggetti d’uso quotidiano (come caffettiere o forchette). Oggetti ed elementi di scarto che vengono rimodellati ed assemblati per creare nuove creature legate sia al mondo reale che a quello surreale. Elementi metallici spesso caratterizzati dalla presenza della ruggine: un processo di degrado del materiale che si riflette nella visione metaforica dello scorrere del tempo e dell’esistenza umana, la quale vive, si trasforma, invecchia e muore. Riuso e riciclo che rappresentano per MAD una volontà positiva di conservazione della memoria attraverso la trasformazione della materia e la creazione di un essere inedito, totalmente diverso. Gianni possiede da sempre un forte legame con l’ambiente in cui vive, assegnando una forte importanza al concetto del recupero. L’osservazione, lo studio e il rispetto per la natura rappresentano infatti i punti salienti delle proprie opere, in quanto le sue “creature” sono spesso legate al mondo umano, naturale ed animale, reinterpretate in una chiave soggettiva ed originale. Una passione per la scultura che prende avvio già dalla sua infanzia, quando si divertiva a creare piccole figure attraverso l’assemblaggio di materie naturali, quali terra, pietra, legno ed altro. Un percorso che vede il suo punto di partenza un po per gioco, osservando vecchi oggetti di utilità quotidiana e appartenenti a vari mestieri, racchiusi in stalle o cantine. Soggetti che diventano con il tempo e l’esperienza sempre più complessi attraverso l’inserimento anche di parti robotiche e meccaniche per far sì che vi sia un’interazione tra l’opera ed il fruitore.

Oggi presso lo Spazio Inangolo Gianni Colangelo, MAD, espone due opere: Ectopesci e L’ultima Cena. L’opera “Ectopesci”, realizzata nel 2010, si identifica in due pesci appesi dall’alto con una piccola catena che sta ad indicare una sorta di amo. Un forte richiamo agli animali catturati, pescati e successivamente appesi all’interno delle celle frigorifere, in attesa d’essere consumati. Il senso dell’opera gira intorno al tema della vita che scorre e della morte. Un concetto facilmente intuibile da parte dello spettatore. Riciclo e riutilizzo di materiali metallici rappresentano gli aspetti della trasformazione della materia in una creatura nuova, in un nuovo essere. Conoscenza accurata del materiale, minuziosità e precisione sono i tratti salienti e visibili di quest’opera. “Ectopesci” è stata realizzata infatti attraverso l’assemblaggio di metallo riciclato, riproducendo quasi fedelmente le fattezze anatomiche dell’animale. L’opera “L’ultima Cena”, realizzata nel 2014, rappresenta invece un uomo nell’atto di consumare il suo ultimo pasto in quanto condannato. Nel particolare lo vediamo seduto dinanzi ad un tavolo con i resti della cena e intento a brindare mentre tiene nella mano destra un boccale, presumibilmente pieno di vino (deducibile dalla bottiglia posta sul tavolo), mentre con l’altra saluta consapevole del fatto che sia arrivata la sua ora. Sulla spalla è poggiato un uccello con la testa d’avvoltoio, che simboleggia la morte stessa. La scultura ha come elemento fondamentale il movimento: apre e chiude la bocca accompagnato da un suono agghiacciante e al tempo stesso derisorio nei confronti della morte, come volesse beffarsi di lei alza e abbassa un braccio per brindare, l’altro per salutare. L’uccello, posto sulla sua spalla, gira la testa da destra a sinistra come a voler controllare e osservare la situazione generale. Suono e movimento si attivano al passaggio del fruitore, attraverso un apposito sensore. Realizzata attraverso l’assemblaggio di metalli riciclati, con l’inserimento di parti meccaniche per permetterne il movimento. Uno strato di vetrificante per ruggine gli conferisce un aspetto lucido e lo protegge, per renderlo duraturo nel tempo. “Ectopesci” e “L’ultima Cena” posso definirsi strettamente correlate dal punto di vista tematico. Una sguardo rivelato e nascosto allo stesso tempo, sul senso della vita, sul tempo e la memoria, sul consumo e degrado della materia (sia quella utilizzata per le opere, il metallo, sia quella rappresentata nelle opere, il cibo), sulla sopravvivenza umana ed animale, sullo studio e rispetto per la natura, sull’amore per il territorio abruzzese. Originalità, riciclo, riuso, manualità, artigianalità e “pezzi unici”: queste le parole chiave per racchiudere l’arte reale e insieme surreale di Gianni Colangelo, MAD.

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Francesco Di Bernardo | Lorenzo Di Lucido | Stefano Donatello | Alessandro Rietti | Francesco Toppeta
INTRUSIONE II parte per la notte in bianco
Sabato 9 agosto 2014

Intrusione II parte
In occasione della Notte in bianco nuovo appuntamento a Spazio Inangolo con il progetto "Intrusione II parte" dedicato alla realtà di alcuni giovani artisti contemporanei dell’area di Penne. In esposizione le opere di Francesco Di Bernardo, Lorenzo Di Lucido, Stefano Donatello, Alessandro Rietti e Francesco Toppeta. Cinque originali personalità chiamate a esibire il loro personale studio visivo del mondo; liberi, in questa occasione, da qualsiasi partecipazione curatoriale. Questi sono gli elementi di Intrusione II parte: penetrare in modo forzato all’interno dello spazio per trovare un’intesa, un confronto tra diversità, mescolando la percezione della realtà con i propri stati d’animo, alla ricerca di nuovi stimoli che possano incoraggiare una creatività progressiva anche in un momento di crisi totale.

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Alessandra Arnò | Patrizia Bonardi | Anita Calà | Rita Casdia | Silvia De Gennaro | Di Bernardo Rietti Toppeta | Elisabetta Di Sopra | Igor Imhoff | Francesca Manetta
INTERFERENZE a cura di Ivan D’Alberto e Visualcontainer
Sabato 19 aprile 2014

Interferenze di Ivan D’Alberto
Il potere delle “periferie” risiede nella possibilità di poter lavorare sul fronte della ricerca e delle sperimentazioni culturali senza dover necessariamente dar conto al “gusto” del pubblico locale, e senza porsi il problema di un confronto diretto con le “cerimoniose” operazioni artistiche realizzate nei “grandi centri”. Condicio sine qua non, ahimè, spesso derivante da necessità economiche (chi opera ai “margini” non sempre dispone di grandi risorse) che però il più delle volte alimenta risvolti interessanti e ricchi di stimoli. Lo spazio Inangolo è un esempio che rappresenta molto bene tale stato: piccolo luogo espositivo con sede a Penne, comune della provincia di Pescara, che da alcuni anni porta avanti un’indagine legata alla video arte. I responsabili di questo spazio sono Francesco Toppeta, Alessandro Rietti e Francesco Di Bernardo i quali, dopo una partecipazione ad una rassegna video organizzata nel box milanese Visual Container, hanno deciso di fare di Penne un laboratorio di ricerca dedicato a questo linguaggio artistico. L’operazione a quanto pare funziona e, ad oggi, Inangolo vanta in attivo diversi appuntamenti espositivi che hanno messo in luce le qualità e il livello di molti video artisti locali e nazionali. Interferenze è l’ultima “scommessa” messa in atto dal collettivo; una rassegna composta da nove video realizzati da artisti provenienti da tutt’Italia. I lavori sono stati selezionati da una delle massime esperte del settore, Alessandra Arnò, artista e responsabile dello spazio milanese Visual Container. Gli autori coinvolti sono Patrizia Bonardi, Anita Calà, Rita Casdia, Silvia De Gennaro, Elisabetta Di Sopra, Francesca Manetta, Igor Imhoff, il collettivo Di Bernardo Rietti Toppeta e la stessa Arnò.

La compilation dà vita ad una sequenza video eterogenea, fatta di tante sfumature, dove però è possibile individuare un filo rosso comune cha va dalla denuncia di un malessere sociale al senso di smarrimento prodotto dalla routine della vita quotidiana. Patrizia Bonardi attraverso la costruzione di una scena glaciale e al tempo stesso sospesa tra sogno e realtà ci ricorda che l’uomo nel momento in cui nasce segna il suo destino; un triste epilogo da cui non ci si può sottrarre: la morte. Anita Calà, seguendo un’impostazione scenica, tipica del teatro dell’assurdo di Samuel Beckett (l’animazione ricorda tantissimo il dramma teatrale di “Va’ e vieni”), da vita ad un gioco onomatopeico fatto di sopraffazioni sonore. La scena si conclude in una spiazzante azione di pura violenza. Rita Casdia con il video “Stangliro” presenta un lavoro in cui descrive il fallimento della massa, incapace di dar vita a forze creative e il fallimento del singolo incapace di farsi comprendere. Quest’ultimo, pur riuscendo ad elaborare un linguaggio personale, resta solo ed incompreso perché il messaggio da lui prodotto è frutto di un alfabeto completamente sconosciuto al gruppo. Silvia De Gennaro presenta un lavoro che mette in risalto il potere della comunicazione mediatica sulle coscienze umane dove persino le zanzare si trasformano in “piccole macchine da guerra” capaci di trascinare le persone in uno stato di terrore e di ansia. L’unico modo per sottrarsi all’inganno della parola è stare al gioco e tramutarsi in Aracne che tesse la tela per catturare le “sanguinarie” zanzare. Elisabetta Di Sopra lavora sul tema dell’identità espressa attraverso il mondo che ognuno di noi si porta dietro. Il mobilio della nostra casa, i nostri indumenti e il nostro corpo sono il codice a barre che ci contraddistingue e ci rende diversi gli uni dagli altri. Nel momento in cui l’immagine che costruiamo di noi stessi viene man mano smantellata anche la nostra ragion d’essere viene messa in crisi fino “all’estinzione totale” della nostra persona. Francesca Manetta si muove su una linea estetica più vicina al mondo della comunicazione pubblicitaria e del fashion style. Partendo dalla fiaba di Hans Christian Andersen “Scarpette Rosse” l’artista elabora un video in cui la protagonista diventa una sorta di madrina dell’arte; testimonial di un linguaggio che trae forza da passioni profonde frutto di incondizionati processi subliminali. Igor Imhoff presenta la storia di una “passeggiata” a Marghera. Il lavoro però è il risultato di una composizione visiva realizzata attraverso svariate tecniche videografiche utilizzate con maestria e forte capacità comunicativa. Il “viaggio” non avviene più in un’anonima località veneta ma tra le fitte trame della rete virtuale attraverso un gioco ritmico-grafico-luminoso estremamente sofisticato. Una “banale passeggiata” si trasforma in esperienza psichedelica affascinante e adrenalinica. Sulla stessa scia si colloca il lavoro del collettivo Di Bernardo Rietti Toppeta che si muove sempre sul tema del viaggio; percorso ripetitivo e anonimo sedimentato nel processo esperienziale di una persona a tal punto da essere recepito come hortus conclusus oltre il quale non è possibile andare. L’appiattimento globale e la massificazione generale diventano i termini di riferimento di una vita omologata descritta attraverso un linguaggio optical convulsivo e ansiogeno. Infine, Alessandra Arnò con il video “Blindfold” presenta visivamente la questione shakespeariana “essere o non essere” che nel suo caso diventa “vedere o non vedere”. Un lavoro dove sono protagonisti una serie di iridi azzurre che compaiono e scompaiono seguendo un ritmo preciso e cadenzato. Nella sequenza ritmica l’artista elabora un messaggio solo apparentemente complesso e criptico perché questo appartiene alla grafia e alla sintassi umana dei non vedenti, quella del braille. Il corpus video presentato a Inangolo si mostra come esperienza di sovrapposizione di vari pensieri estetici, apparentemente conflittuali tra loro che, con le loro conseguenti interferenze aprono la strada ad un segnale estraneo ma decisamente nuovo. Novità assoluta per il panorama artistico “periferico” ed estremamente stimolante per un luogo che ha scelto di percorrere la propria strada seguendo le sperimentazioni più spinte.

Locandina




Salvatore Insana
SPACE TIME LAPSE a cura di Ivan D’Alberto
Sabato 5 aprile 2014

Dove era che non ero di Ivan D’Alberto
Dove era che non ero è una visione per antitesi, intrisa dalla lacerante e insanabile frattura fra natura e conoscenza. Attraverso un’atmosfera di sospensione e mistero, attesa e silenzi, ma anche sensualità, idolatria ed impalpabile, innegabile erotismo, Salvatore Insana racconta il valicamento delle “Colonne d’Ercole” da parte di una fanciulla; novella Ulisse attirata dalla Rocca attraverso un percorso iniziatico. Orchestrazione di immagini e suoni così minuziosa da risultare evanescente ed evocativa, perfetta rappresentazione della tensione della Scienza a oltrepassare i suoi limiti affidandosi a ciò che ancora non sa esprimere e riconoscere, ma di cui avverte l’esistenza e l’irresistibile richiamo. Il creato divora la conoscenza che non riesce a sollevare il velo che nasconde i principi governanti l’insondabile universo naturale. Se in superficie il lavoro di Insana offre una lettura di questo tipo un flusso apertamente anticonvenzionale e ribelle percorre il sotto-testo di Dove era che non ero, nel quale il progressivo avvicinamento alla vetta significa anche una costante liberazione sessuale e carnale della giovane donna. Ogni componente della messa in scena - la fotografia onirica, le frequenti riprese dal basso dell’impervia cima, l’accompagnamento sonoro - converge verso la realizzazione di un immaginario opprimente e angosciante, dominato da una sorta di nuraghe, reso da Insana un luogo inviolabile e ambiguo, in continuo conflitto con una realtà umana che non tollera anomalie, difformità e insofferenze. Insana riesce nell’impresa di rappresentare l’indicibile, rendendo questo lavoro un ottimo esempio per descrivere l’inafferrabile, che segna il confine tra razionalità ed esoterismo, tra sogno e realtà. Lavoro visionario per la sua estetica surrealista dove l’inspiegabile perdita di equilibrio della protagonista va letto come segno di smarrimento dell’essere umano di fronte all’immensità dell’Universo.

Space time lapse di Salvatore Insana e Elisa Turco Liveri
Saltare in un futuro passato. Sottrarsi al tempo divorando lo spazio, incorrendo nell'ostacolo decisivo. Finirci dentro, in quel lasso mancante, per curioso corteggiamento tra vivente e non vivente. Ogni ricerca porta ad una caduta, ogni caduta ti consegna ad un intervallo cristallizzato, passaggio imperterrito da una dimensione all'altra. Il momento in cui presi la decisione non mi fu ben chiaro. Ci girai intorno per un pò, poi mi risolsi d'afferrarla, ma lo feci con titubanza e senza fermezza. Non avevo le forze giuste per costringerla sotto la giurisdizione della mia volontà. Non ero neanche certo si trattasse della scelta della specie giusta. Perciò, superato l'attimo cruciale, allentai la morsa e la decisione stessa mi sfuggì prima che mi fosse riuscito di catturarla definitivamente. Sgusciò via rapidamente e per il sollievo di tutti si allontanò ed infine scomparve dal recinto delle nostre responsabilità. Se ora la si volesse cercare nell'acquario a cielo aperto delle nostre menti, si farebbe fatica a non vederla ansiosamente in fuga da qualcun altro che, ancora una volta, vorrebbe catturarla in modo affrettato.

Locandina











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