DINAMISMI 2021

Lucilla Candeloro | Paolo Dell’Elce | Albano Paolinelli
A RITROSO - BACKWARDS a cura di Antonio Zimarino
Sabato 27 novembre 2021

A ritroso - Backwards a cura di Antonio Zimarino
Cercando di definire cosa mi ha spinto a cercare questi artisti e queste immagini per una mostra in uno spazio minimale e raccolto come quello che mi è stato offerto dagli amici di “Inangolo” ho capito che esso in quanto tale, implica una regola straordinaria per chiunque ritenga che “arte” sia anche (o soprattutto) una strada per restituire all’Uomo il senso della sua umanità. E’ lo stesso spazio che obbliga a evitare ogni retorica, spettacolo o monumentalità esteriore e dispone a cercare equilibri visivi che trasferiscano l’esperienza stessa del rapporto tra osservatore e opera, dall’occhio all’interiorità, attraverso rapporti di estrema concentrazione e qualità. In uno spazio come questo non è l’opera che deve “imporsi” e mostrarsi alla persona ma piuttosto è la persona che deve trovare il modo di portare se stessa a“essere nell’opera”. E’ uno spazio che chiede artisti differenti, antiretorici, destrutturati, fuori dalla logica dell’exhibitionism capaci di disporre delle trame di rapporti visivi capaci di costruire rapporti interiori, di far andare l’osservatore “a ritroso” ovvero, dal visibile al pensabile, dall’occhio all’anima. Per questi artisti sembra che il “mostrato” (non l’esibito) intenda aprire una strada verso l’essenziale, verso cioè la riduzione (o forse la concentrazione) del “possibile” della “forma”; le tensioni interne che mi è parso di cogliere dentro la natura formale di queste immagini (nervature di segni, strappi lievi di colori, luminismo costruito per contrasto, dimensioni) mi sembra tendano costantemente a “comprimersi”, a cercare una condensazione o concentrazione, fatta di pochi tratti e poche superfici. Tale modo di costruire l’immagine ovviamente, non può non avere un “senso”: in primis mostrano certamente un’attitudine di ciascuno di questi artisti a una concentrazione interiore all’interno dalla quale intendono portare l’osservatore, ciascuno seguendo una sua strada. Lucilla Candeloro segna e cancella in modo tale che il tutto si agiti come in una fiamma tra il nero e il bianco. Il disegno non è la definizione di qualcosa ma l’origine di una cosa possibile. Non si compie ma resta come crepitante, urgente e carico di una tensione inespressa: è qualcosa di definito che sta scomparendo o piuttosto qualcosa che cerca con forza di mostrarsi. Mi viene da dire che sia una sorta di “meta-disegno” ovvero come se l’artista avesse coscienza che lì esista una sorta di origine e che tutto da li possa scaturire. Del resto è così nella teoria classica dell’arte, lì dove il disegnare era sempre stato considerato la forma prima dell’immaginare. Voler tornare a quell’origine mi sembra sia voler tornare ad affermare il valore della concentrazione e dell’attenzione a ciò che sta profondamente dentro di noi e dentro le cose. Tutto si genera in quel rapporto originario ed è quello il punto chiave dove tutto avverrà. E’ lì che ci si sente pronti a qualsiasi cosa.

Nei disegni di Albano Paolinelli si percepisce la negazione, il ripiegamento, l’accartocciarsi delle “strade” possibili, o dello stesso futuro. Le cose i disegni e i progetti sembrano richiudersi su se stessi ma continuano a lasciar intravvedere o immaginare l’esistenza al di sotto o all’interno, di tracce, di progetti, di colori e di orizzonti. Contengono ancora chissà quali strade o rappresentazioni, ma adesso non possono, non vogliono essere più svelate. Il possibile è ancora lì dentro, si agita, s’intravvede ma dobbiamo immaginarlo. Se questo è un risvolto drammatico, perché implica una negazione di possibilità da un altro punto di vista è una sorta di dichiarazione programmatica di presa di coscienza della propria interiorità. Il mio mondo è in me, intatto immutabile ho bisogno ora di custodirlo, di raccoglierlo, di preservarlo: a chi guarda lascio l’idea che esso è l’essenziale di noi e che quindi dobbiamo preservarlo. Io leggo questo come una sorta di riaffermazione della propria libertà interiore e una dichiarazione esplicita, un monito quasi, per chiunque, a ritornare bene in se stessi a rivedere le nostre strade, le tracce che abbiamo lasciato, i percorsi che avremmo voluto compiere. La fotografia (ma sarebbe meglio dire, lo sguardo) di Paolo Dell’Elce è riuscita (e continua) a vedere l’incredibile capacità che ha la natura, l’esistenza, l’esistente di comporre brani di puro equilibrio. E’chiaro che l’immagine non è tanto in ciò che l’esistenza dispone quanto nello sguardo che la scorge; ed è altrettanto vero che sarebbe impossibile per lo sguardo o per l’anima di chi guarda, cogliere qualcosa che non esiste. In realtà è lo sguardo che “crea” o meglio “crea di nuovo”, rivela e svela ciò che potenzialmente c’è, la poesia, l’equilibrio, le tonalità, i simboli. L’immagine che l’occhio / anima ha inquadrato è anch’essa fatta di pochissime ed essenziali cose: poche linee, pochi campi di “colore”, lì dove intendo per “colore” quel’incontro “radicale” tra luce e ombre, quelle scale infinite di riverberazioni massime e minime che intercorrono tra il nero e il bianco. Anche qui, “a ritroso” l’occhio / anima scava il campo visivo, mira a scorgere quel luogo minimo dove si crea l’equilibrio nascosto, l’armonia inaspettata dentro l’indifferente procedere delle scene. Anche qui si lavora per via di “riduzione” attraverso la michelangiolesca “arte del levare” l’unica che può consentire di raccogliere e custodire ciò che sentiamo valga la pena sempre di cercare. Non mi spingo a dire cosa sia che si cerca, ma credo di poter affermare che essa può essere trovata soltanto riandando all’essenziale del rapporto intimo e laicamente “spirituale” che abbiamo profondamente in noi, nel nostro desiderio di senso e felicità.

Locandina
Pieghevole




Fabrizio Simone
HIC LOCUS SANCUTS EST a cura di Ivan D'Alberto
Sabato 23 ottobre 2021

Hic locus sancuts est di Ivan D'Alberto
La locuzione latina “Questo luogo è santo” fa riferimento all’incisione presente all’ingresso della piccola chiesa Porziuncola ad Assisi dove si narra che Dio è sceso sulla Terra per incontrare Francesco: un luogo sacro per il Santo e per chiunque decida di entrarvi. La seconda personale di Fabrizio Simone è allestita presso lo Spazio Inangolo a Penne, in provincia di Pescara, luogo che un tempo era parte del Monastero dell’Ordine Gerosolimitano; una struttura del 1523 che oggi ospita il polo di spazi culturali La Casa delle Arti e dei Mestieri. La storia di questo spazio ha in qualche modo influenzato il progetto mostra che contempla una serie di opere, tra pitture, sculture e installazioni, tutte intrise di una certa “sacralità”. L’ambiente intimo e raccolto di Inangolo è cosparso di terra rossa (grassa e “marziana”, forse la terra “promessa”), su cui si erge un imponente totem, idolo pagano e cristiano, monolite della conoscenza, feticcio della preghiera. L’opera - così come dichiara lo stesso Fabrizio Simone - nella sua compostezza e solidità, veste un ruolo di miraggio sfarzoso, fonte di ristoro, meta minata dalla bramosia che caratterizza l’uomo sociale, divoratore convulso della sua stessa specie e non. Sulle due facce del totem una serie di calchi in gesso di seni e scroti danno vita ad un ritmo decorativo che custodisce un messaggio inequivocabile: quello della vita. Gli scroti e i seni conservano liquidi vitali: lo sperma è il seme che germoglia, il latte è la linfa che nutre e fa crescere. In questo modo la ripetizione feticista dell’elemento rafforza il desiderio erotico di unione e unicità raggiungibile unicamente percorrendo l’involuzione verso il punto di origine, il punto zero; pura fusione intima e primitiva, espressione massima della creatività.

Il prezioso monolite affonda le sue radici in una cultura millenaria, che va dalle Veneri paleolitiche alle immagini dell’Artemide Efesia, passando per l’arte cristiana delle Madonne del latte. Simbolo di fertilità e abbondanza l’opera è azzerata da ogni connotazione stilistica per diventare concetto essenziale. Unico elemento connotativo l’oro, scelta che rimanda alle pale d’altare medievali: portali verso dimensioni sconosciute aperte per immergersi nel mistero della creazione. Sulle pareti che circondano l’installazione Fabrizio Simone colloca una serie di opere che ricordano gli ex-voto: tavole nere, realizzate secondo una pratica gestaltica, presentano bagliori di luce su cui l’artista appende i calchi di parti anatomiche offerte in dono alla divinità per grazia ricevuta o in adempimento di una promessa. Sono mani, nasi e orecchie che vorrebbero “afferrare”, “annusare” e ”ascoltare” il messaggio nobile intrinseco al processo creativo ma, a causa di alcuni fori presenti su queste forme anatomiche il “messaggio” sfugge all’essere umano. Ciò che resta è solo un gradevole ricordo sospeso nello spazio. Hic locus sanctus est perché Fabrizio Simone ci offre un luogo di “preghiera”, un luogo per ascoltare e conoscere una verità assoluta, quella dell’Arte. Tutto l’ambiente è inondato da un sottofondo sonoro, energia vibrante del monolite, che giunge dalla proiezione di un video tratto dal film 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Il video è proposto all’indietro proprio come necessità di un ritorno all’origine: un modo per comprendere l’inizio del tutto. L’ingresso ai visitatori è concesso solo a piedi nudi (o con l’ausilio di calzari) così come accade nei luoghi sacri in rispetto dell’ambiente che si va a calpestare. L’attraversamento di questo spazio mette in contatto la “corona” e la “radice” del nostro corpo alimentando un flusso energetico che polarizza la terra rossa: più persone cammineranno in questo luogo e più la materia inerte si caricherà di energia.

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