DINAMISMI 2015

Fabio De Sanctis e Renato Petrucci
LA TRAVERSATA DELLE ALPI video documentario del 1975
Domenica 19 luglio 2015

In occasione della presentazione del libro “Corpo estraneo/straniero. Storia delle arti performative in Abruzzo” scritto da Ivan D’Alberto e Sibilla Panerai (Verdone Editore, marzo 2015, Castelli) presso la libreria Tibo di Penne, spazio Inangolo presenterà la proiezione integrale del video "La traversata delle Alpi" realizzato da Renato Petrucci. Il video documenta l’intervento installativo dell'artista Fabio De Sanctis a Penne, un progetto del 23 marzo 1975 organizzato con l’Associazione Pro-Loco di Penne, testi di Radovan Ivsic e Annie Le Brun presentazione di Giorgio Cortenova. Un sentito ringraziamento al Centro di Archiviazione e Promozione della Performing Art (CAPPA) di Pescara e Linda Musa.

La traversata delle Alpi prefazione di Linda Musa
“In realtà il viaggio che Fabio De Sanctis ci presenta non ha una meta prestabilita. Per lo meno non è tangibile e neppure potremmo rintracciarla in un’ipotetica mappa. E’ sufficiente una direzione, l’incontro all’infinito delle rotaie, il trambusto frenetico di una sala d’attesa: questo è lo spazio prescelto per far muovere gli incubi del presente, le cose di tutti i giorni, l’allucinante fardello degli entusiasmi, dubbi, sorprese, di un eterno «emigrante» che non si lascia nulla alle spalle, ma che si trasporta nel fagotto della valigia.“

(Giorgio Cortenova)

Così Giorgio Cortenova presentava l’operazione “La Traversata delle Alpi” di Fabio De Sanctis nel catalogo di Randovan Ivsic, Annie Le Brun, Giorgio Cortenova, La Traversata delle Alpi di Fabio De Sanctis, Parigi/Roma, Maintenant, 1972. Fabio De Sanctis nasce a Roma nel 1931 compiendo i suoi studi nella capitale. Si laurea in architettura nel 1957. Apre uno studio professionale concentrando le sue riflessioni sul design che lo porteranno all’apertura dell’attività Officina11 tra il 1963-64, che non ha però alcuna operazione industriale o produttiva. Nel 1965 Andrè Breton invita l’Officina 11 all’esposizione internazionale del Surrealismo “L’Ecart absolu”, da tenersi presso la galleria L’Oeil di Parigi,ultima esposizione ufficiale del movimento surrealista. Successivamente si interessa ad alcune esperienze situazioniste e pone termine all’attività di architetto. Dal 1970 la sua unica attività è la scultura, i cui i materiali principali sono costituiti dall’alabastro, metallo e plastica. Tutti i lavori realizzati in questo periodo sono raggruppati sotto il titolo “La Traversata delle Alpi” in ci la figura dominante è la valigia e parti di essa. In questi anni riprende anche l’attività di film-maker centrata sulle stesse tematiche della sua scultura. Nel 1973 partecipa all’esposizione “Volterra 73” dove incontra e collabora con l’artista Mino Trafeli, originario di Volterra anch’egli di passaggio a Penne nel 1975 con l’intervento intitolato “A come Arte come Amore come Africa come Addio Rimbaud”, documentato da A. Rubini, “Le Sculture di Mino Trafeli nel centro storico” in “Il Tempo d’Abruzzo”, 24 maggio 1975. “La Traversata delle Alpi” dunque si identifica in una operazione che vede la sua attuazione in un progetto itinerante sul tema del viaggio e dell’emigrante, avente come punto di avvio Parigi, nel 1972, attraversando successivamente varie città, tra cui Penne nel 1975. Una mostra avente come oggetto sculture/installazioni costituite da forme variopinte di valigie soprattutto in metallo posizionate in punti nevralgici e soprattutto di passaggio della città. Opere che incarnano il senso del viaggio, dove le valigie rappresentano il bagaglio che ognuno di noi porta con sé. Un bagaglio ricolmo simbolicamente di oggetti e istanti della propria vita, dell’ esperienza, della memoria, del passato e dei sogni futuri. Un’operazione che può essere definita in parte anche proto performativa grazie al documentario ad essa correlata realizzato nel 1975 dall’artista pennese Renato Petrucci, amico e compagno di studi di Fabio De Sanctis, riportato in luce grazie alla collaborazione di Gabriele Core per il convegno, “Il ruolo della periferia nell’arte del presente”, Ottobre Contemporaneo del 2012.

Renato Petrucci, artista e poeta, frequentò l’Accademia di Belle Arti di Roma e si diplomò in scultura con Pericle Fazzini. Appena diplomato, diede vita con altri colleghi al “Gruppo di ricerca fotografica e audiovisivo per un’analisi alternativa della comunicazione” che trovò nel critico Enrico Crispolti un forte sostenitore. Grazie a questo gruppo si aprì a dibattiti pubblici a cui seguirono mostre a Roma, in altre città italiane e alla XXXVI Biennale di Venezia. Nel 1975 si impegnò in operazioni urbane a Penne quali “La Traversata delle Alpi” di Fabio De Sanctis e “Controindicazioni”, performances di musica jazz di grande innovazione per il piccolo centro abruzzese, insieme e in cooperazione con profondi e validi amici, in modo particolare di Giancarlo Cutilli. Negli anni Ottanta iniziò l’insegnamento di discipline plastiche all’Istituto d’Arte "Pietro Selvatico" di Padova. Qui si interessò molto ai linguaggi innovativi e sperimentali, guidando spesso giovani artisti. Di Penne, terra colma di storia, di tracce romane, medievali e rinascimentali, conservò un forte ricordo, cogliendo e conservando l’importanza dei valori umani e degli affetti. Promosse a Padova mostre di artisti abruzzesi creando attraverso l’arte una comunicazione e un legame culturale tra le due terre. Muore a Padova nel 1999. L’operazione della “Traversata delle Alpi” dunque risulta essere rilevante dal punto di visto del tema performativo in quanto, pur non essendo intesa come una performance nel senso stretto del termine evidenzia nella documentazione video sulle installazioni di valigie nel centro storico da parte dell’artista, una certificazione importante nel senso stretto dell’azione, in cui pubblico viene documentato nell’osservazione di tali opere. Lo spettatore infatti comincia a non guardare più passivamente la superficie di un quadro o la tridimensionalità di una scultura, ma si chiede cosa sta accadendo in quell’istante e perché accade tale azione. Un documentario storico, quello di Renato Petrucci, definibile tra performance/azione e video d’artista, che per tipologia di sperimentazione linguistica utilizzata, può essere ritenuto un elemento di innovazione soprattutto se messo in relazione ai tempi dei primi anni settanta.

“Per Renato, credo si possa parlare, complessivamente, soprattutto in quanto autenticità di esperienze vissute nel tempo, aperte, molteplici, disparate, persino in certo modo fra di loro incongrue, perché mosse da un istinto, generoso ed entusiasta, d’attivismo comunicativo e partecipativo; insomma da una volontà di fare, di agire, di esserci, di partecipare, di comunicare, proporre e coinvolgere, al di là appunto del filo d’una coerenza linguistica o di intenzioni di contenuto”.

(Enrico Crispolti)

Locandina




Fosco Grisendi
STAND YOUR GROUND a cura di Rossella Iorio
Sabato 3 marzo 2015

Il vero ruolo di Rossella Iorio
“Il vero ruolo di Nader è chiaramente molto diverso da quello apparente, deve essere decifrato nei termini delle posizioni che assumiamo, delle nostre ansie mimetizzate nelle linee di confine fra le pareti e il soffitto. Nell'epoca postwarholiana un singolo gesto, accavallare le gambe, per esempio, può diventare più significativo di tutte le pagine di Guerra e Pace. Secondo le coordinate del ventesimo secolo la crocifissione, per esempio, sarebbe rimessa in scena come un autodisastro concettuale”

(J.G. Ballard, La mostra delle atrocità)

L'immaginario presentato da Fosco Grisendi sembra essere direttamente estrapolato da un romanzo ballardiano, dove i salti spaziali, temporali e concettuali concorrono alla definizione di un mondo ai limiti della comprensibilità, frammentato da eccessi di violenza. Ogni inquadratura è resa nella sua essenzialità, come simbolo di una personale idea sul reale, dove la verità deve ancora trovare collocazione. Ogni immagine come ipotesi da verificarsi e in cui la serialità gioca un ruolo fondamentale. Le due grandi tele dominate dalla pervasività di campiture di colore definite dal bianco e dai toni freddi, si impongono all'interno del discorso come delle affermazioni assolute e spettacolari: dei corpi stremati, un ring, una performance come messa in scena di atti violenti e gratuiti. I disegni a matita su carta, invece, senza utilizzare i paradossi della visività si inseriscono all'interno di quel discorso apparentemente autoconcluso, in forma di dubbi e domande. La relazione visiva fra la prima scena (Stand your ground #7) e la sua matrice (Disegno #7), ci rivela immediatamente una distorsione: l'eclissi della verità della matrice, in cui la presenza di un altro corpo, dell'arbitro, del possibile testimone viene fatto sparire nella riproduzione pubblica, eclatante, visibile e colorata dell'atleta/performer appoggiato alle corde del ring. Postulato il dubbio Fosco Grisendi porta avanti fino in fondo la sua dimostrazione, che intende applicarsi matematicamente a qualcosa che non lo è. E così i corpi rappresentati diventano oggetto di osservazione ravvicinata e totalizzante. Postazioni privilegiate di testimonianza che vengono anche private della loro cornice di protezione. Il ring, simbolo di una realtà comprensibile solo perché racchiusa e rinchiusa entro confini ben definiti, sparisce. Il fondo dei disegni si libera e ci libera da ogni definizione: le scene di violenza potrebbero essere documentazione di fatti veramente accaduti o che potrebbero già appartenere alla riserva visiva delle nostre quotidianità. Il meccanismo che sottende alla comprensione della serie Stand your ground si fa sempre più sottile: un lavoro esclusivo sul dubbio, sul suo utilizzo e sulle possibilità reali (o meno) di accedere alla verità come presenza inviolabile, non manipolabile, univoca. L'azione per immagini di Fosco Grisendi non è di facile accesso. L'apparente assurdità del significante scelto procede in parallelo alla difficoltà di comprenderne il significato. Davvero l'umanità spettacolare e strampalata del wrestling può innalzarsi a simbolo di significati universali? La serie di immagini procede ancora nella sua dimostrazione visiva e supera un altro ostacolo.

E lo fa approfondendo proprio la conoscenza dell'elemento surreale. Il mondo del wrestling viene studiato attraverso sessioni di disegno dal vivo. Viene conosciuto attraverso la relazione con chi pratica quel discorso performativo; il wrestling viene quindi accettato nella sua totalità ed è grazie a questa accettazione che riesce a diventare strumento di significazione. La messa in scena della violenza si trasforma talvolta in tragedia, rompendo quindi quel limite invalicabile, realizzando un cortocircuito, un “autodisastro concettuale”. La sofferenza chiaramente recitata ma estrema (Stand your ground #11), perde la sua evidenza di finzione (Disegno #13, Disegno #14, Disegno #16, Disegno #24) senza la relazione con il contesto di riferimento. L'uomo-fantoccio (Disegno #21) che penzola sulle corde agisce, nel suo essere falso e senza vita propria, come elemento veridittivo, nel confronto con i corpi reattivi nel combattimento. Che ci voglia essere una pausa, una possibilità di comprendere il dentro e il fuori della situazione è dato dal comparire della cornice, ovvero del ring, per un istante, per dare un possibile aggancio, al quel discorso di aggressività e sofferenza senza scenario. Ne permette una possibile organizzazione logica e cognitiva. Ma spesso la concettualizzazione di un avvenimento si risolve nella sua accettazione o addirittura normalizzazione. È questo l'allarme che la serie di opere sembra lanciarci, la presenza di un meccanismo perverso che determina la nostra realtà, con la stessa forza di una legge assurda. È questa quindi l'operazione dell'artista: mettere in relazione delle distanze apparentemente incolmabili, degli avvenimenti, per scoprirne la comunione di funzionamento. “Il fatto che un evento si sia verificato, non è una prova valida di quell'avvenimento”. Questo è tutto ciò che possiamo dire sulla lunga serie di morti provocate dalla Stand your ground law, così come quelle assurde di Cucchi, Aldrovandi, Uva (e altre); così come della spettacolarità del wrestling. Ed è in questo senso che questo sport può diventare simbolo delle violenze insabbiate, performate senza consapevolezza da corpi che hanno subito il dominio di verità sempre molteplici e giustificate, il dominio di un potere coercitivo che conosce solo il linguaggio-fantoccio della propria realtà macchinica e non la legge, questa si universale, del rispetto della vita.

Locandina
Pieghevole











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